Italian Archives - Asia Commune https://asiacommune.org/category/italian/ Equality & Solidarity Wed, 31 Dec 2025 00:29:12 +0000 en-US hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 https://asiacommune.org/wp-content/uploads/2025/05/cropped-New_Logo_02-32x32.png Italian Archives - Asia Commune https://asiacommune.org/category/italian/ 32 32 La guerra agli emigranti e agli immigrati, Italia-UE-Stati Uniti (italiano – عربي – English) https://asiacommune.org/2025/12/31/la-guerra-agli-emigranti-e-agli-immigrati-italia-ue-stati-uniti-italiano-%d8%b9%d8%b1%d8%a8%d9%8a-english/ Wed, 31 Dec 2025 00:29:10 +0000 https://asiacommune.org/?p=11315 Se c’è una questione su cui oggi i governi di Roma, Washington e Bruxelles hanno un’identità di vedute e di prassi è la guerra agli immigrati. Sono diventati il bersaglio n. 1 da colpire con i pretesti più vili, il capro espiatorio di tutti i mali sociali che gli stessi governi, con le loro politiche anti-proletarie, incentivano: dalla disoccupazione alla diffusione delle droghe, dalla paura per il futuro incerto alla povertà alla violenza diffusa. Vengono colpiti con le deportazioni, le restrizioni ai permessi di soggiorno, le vessazioni delle polizie, nelle strade…

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Se c’è una questione su cui oggi i governi di Roma, Washington e Bruxelles hanno un’identità di vedute e di prassi è la guerra agli immigrati. Sono diventati il bersaglio n. 1 da colpire con i pretesti più vili, il capro espiatorio di tutti i mali sociali che gli stessi governi, con le loro politiche anti-proletarie, incentivano: dalla disoccupazione alla diffusione delle droghe, dalla paura per il futuro incerto alla povertà alla violenza diffusa. Vengono colpiti con le deportazioni, le restrizioni ai permessi di soggiorno, le vessazioni delle polizie, nelle strade e nelle carceri, con le feroci campagne islamofobiche, facendoli morire in mare e lungo i cammini della speranza pattugliati da bande di predoni di stato – l’ultimo affondamento targato Meloni-von der Leyen pochi giorni fa al largo della Libia, 116 morti, solo un naufrago salvato da pescatori tunisini.

Se c’è una questione su cui purtroppo, anche nei movimenti, c’è scarsa attenzione e ancor più scarsa iniziativa è proprio il contrasto alla guerra agli immigrati in tutte le sue forme e varianti – che non può assolutamente essere lasciato in appalto alle ong “specializzate” in materia, e al più o meno peloso assistenzialismo cattolico; ma va assunto come una questione-chiave della lotta al sistema capitalistico – almeno per chi a questa lotta crede e intende partecipare.

Per questa ragione abbiamo deciso di mettere in rete, download gratuito, il n. 3 della rivista “Il Cuneo rosso”, interamente dedicato al tema “Neo-colonialismo e guerra agli immigrati“. Il numero, esaurito anche nelle sue ristampe, benché sia di qualche anno fa, conserva una grande attualità. Non solo nell’indagine sulle cause delle migrazioni internazionali (con un approfondimento sull’aggressione neo-coloniale all’Africa) e sui percorsi migratori, ma anche nella descrizione-denuncia delle condizioni di lavoro e di vita delle immigrate e degli immigrati. Le ultime due sezioni della rivista sono dedicate alle lotte e alle resistenze delle popolazioni immigrate e anzitutto dei lavoratori e lavoratrici immigrati (con diverse, ampie interviste) e sul razzismo (neo-fascista, “sovranista”, “populista”) come arma dei padroni. Le conclusioni sono centrate sul come resistere e preparare il contrattacco.

Qui di seguito la sua presentazione in italiano, arabo, inglese e francese.

Buona lettura.

Una questione-chiave, per un nuovo movimento proletario

Da almeno due decenni non passa giorno senza che gli emigranti/immigrati siano sbattuti in prima pagina. Sui giornali, le tv, i social media. Una masnada di “esperti” (metà analfabeti, metà falsari, e spesso analfabeti e falsari), di giornalisti, di deputati, etc., li accusa di ogni malefatta. Importano criminalità, droga, prostituzione, malattie, costumi primitivi. Attentano alla nostra identità, alla nostra cultura, ai nostri valori, alle nostre donne, ai nostri anziani, alla nostra razza. Sono dei concorrenti sleali sul mercato del lavoro che rubano il lavoro ai “nostri”. Sono scrocconi venuti qui per campare alla grande sul nostro generoso welfare. Violano sistematicamente le nostre sacre leggi scritte e non scritte. Sono quindi un gravissimo pericolo, una gravissima minaccia da respingere con ogni mezzo a nostra disposizione, con una vera e propria mobilitazione di guerra. E già si trovano emarginati, sbandati, relitti umani o bande organizzate di aguzzini pronti a regolare i conti con loro qui, sul territorio nazionale, armi alla mano, a Macerata, a Firenze, a Rosarno, se non bastano i nostri amici in Libia, i malavitosi al soldo di Minniti e Salvini, a torturarli/e e violentarle/i sul suolo libico, e a inabissarli/le a frotte nel Mediterraneo, dopo averli rapinati dei loro miseri risparmi.

A seconda dei momenti cambia la figura-simbolo presa a bersaglio: negli ultimi tempi vanno per la maggiore i “clandestini” e i richiedenti asilo, specie se provenienti dall’Africa. Prima era toccato in sequenza ad albanesi, rom, rumeni, islamici, cinesi (quanto se ne pentì l’incauta Moratti…). In ogni caso, inferiorizzati, criminalizzati, demonizzati non sono mai solo i singoli gruppi presi di volta in volta a bersaglio; è – con loro – l’insieme degli “stranieri”. Anche quando si fa cenno formalmente alle eccezioni, queste sono usate per confermare la regola.

Ma da decenni non passa giorno senza che gli emigranti/immigrati sbattuti in prima pagina sui giornali, le tv, i social media, facciano sentire, come possono, la propria voce e le proprie ragioni con mille forme di resistenza individuali e collettive: proteste e rivolte nei campi, nei Cie, nei Cas, dimostrazioni, lotte sindacali, organizzazioni, associazioni, appelli, interviste, libri, canzoni, suicìdi. La componente più attiva e cosciente dei proletari immigrati non accetta di essere il capro espiatorio dei mali sociali che affliggono le classi lavoratrici autoctone, perché di questi stessi mali, super-sfruttamento, precarietà, insicurezza, assenza di futuro, soffrono anche loro. E a doppio.

Questa guerra di classe a intensità variabile, scatenata dai poteri capitalistici contro le lavoratrici e i lavoratori emigranti/immigrati è una delle questioni-chiave del nostro tempo, davanti a cui non si può restare neutrali. La posta in gioco è altissima, e non riguarda solo le lavoratrici e i lavoratori immigrati. Ne va della schiavitù o dell’emancipazione di tutti coloro che vivono del proprio lavoro. Padroni e governi ricorrono a ogni mezzo, aperto e coperto, per scagliare i proletari autoctoni contro quelli immigrati, per creare barriere di incomprensione e odio tra loro, tra le differenti nazionalità dell’immigrazione e anche dentro le singole nazionalità. Tale spaccatura è il segreto della stabilità del potere del capitale, sui luoghi di lavoro e nella società, non meno della contrapposizione tra occupati e disoccupati.

Questo segreto va svelato e fatto a pezzi. E va portata in luce la sostanziale coincidenza di bisogni e di interessi tra l’umanità lavoratrice autoctona e immigrata. È un’operazione urgente. Perché nella società italiana, come nel resto d’Europa, la presa di massa del razzismo di stato è crescente. Grazie al lavoro sporco compiuto dai governi e dagli apparati istituzionali negli ultimi decenni, dalla Lega, dalle destre vecchie e nuove e, in modo più subdolo ma altrettanto metodico, dal M5S. Senza nessuna forte opposizione di classe in campo. L’anti-razzismo a sfondo umanitario, con le sue petizioni a tutela dei diversi, dei poveri, dei deboli, dei disperati, o l’anti-razzismo a sfondo liberale che si esaurisce nella difesa della libertà di migrare e nella denuncia dei confini, sono argini fragili davanti ai cingolati della propaganda capitalista e agl’interventi repressivi degli stati.

Lo stato italiano, l’Unione europea, i capitalisti hanno dichiarato agli emigranti e agli immigrati una vera e propria guerra. Allora, à la guerre comme à la guerre! Il che significa, per noi, andare alle radici, alle cause di fondo permanenti, strutturali delle migrazioni internazionali, ai meccanismi del dominio colonialista-imperialista di ieri e di oggi, e dunque ai promotori di questa guerra. Significa demolire i concetti di “emergenza” migratoria e di “invasione” migratoria. Denunciare l’uso capitalistico anti-operaio della forza-lavoro coatta all’emigrazione, e la vera funzione delle politiche poliziesche di “chiusura” dell’Europa-fortezza e di esternalizzazione delle frontiere europee, di cui il governo Lega-Cinquestelle è campione (sulla scia, comunque, dei governi del Pd). Al tempo stesso, significa illustrare, per il presente e per il passato, il ruolo di avanguardie di lotta svolto spesso dai proletari immigrati, e dimostrare quanto l’ostilità e l’odio nei loro confronti sia un veleno che paralizza e uccide ogni capacità di resistenza dei proletari autoctoni.

Non siamo tra quelli che vanno alla ricerca perpetua dei soggetti proletari “puri” da esaltare contro quelli andati d’aceto. Non consideriamo le popolazioni immigrate come un unico blocco indistinto di sfruttati pronti alla lotta di classe anticapitalista. Ci è ben presente la loro crescente stratificazione sociale e la crescente esposizione ad assorbire i decadenti ‘valori’ individualistici propri delle società occidentali. Parliamo anche di queste complicazioni, ovviamente. Resta il dato di fatto che questa nuova, giovane componente del lavoro salariato ha portato qui le ardenti aspettative di riscatto di centinaia di milioni di sfruttati e sfruttate di colore, la loro voglia di scrollarsi di dosso il peso secolare della dominazione coloniale e neo-coloniale: nei propri paesi e in quell’Europa che si è arricchita nei secoli sulla loro pelle e le loro ossa. Per questo anche là dove vedi cenere, c’è il fuoco che cova. E di piccoli fuochi accesi dai lavoratori e dalle lavoratrici immigrate ne abbiamo visti in Italia nella logistica, nelle campagne, nei loro luoghi di reclusione!

Contro lo spirito cupo dei tempi, abbiamo fiducia anzitutto nell’oggettività dei processi in corso. Le migrazioni internazionali stanno rivoluzionando la composizione della nostra classe nei campi, nei cantieri, nelle fabbriche, nei magazzini, negli stessi uffici. Sta nascendo in Italia e in Europa un proletariato multinazionale, multirazziale, multiculturale. Quali che siano i pregiudizi ad arte diffusi e le discriminazioni, questo processo epocale indebolisce inesorabilmente le barriere nazionali. È un processo molecolare, vitale che sta andando avanti, in profondità. Ed è proprio la paura della sua grande forza che spinge le formazioni più aggressivamente razziste ad uscire allo scoperto, e aprire la caccia agli immigrati. Hanno fretta, sentono che il tempo non lavora per loro. Dietro di esse la mano del grande capitale e degli stati, anche se i personaggetti di primo piano sono quasi sempre fanatici (o finti fanatici) piccolo-borghesi, e la manovalanza è spesso composta di marginali.

Contro lo spirito cupo dei tempi, sulla base della fiducia nell’oggettività dei processi in corso e del progressivo, esplosivo incasinarsi delle contraddizioni aperte dalla grande crisi del 2008, diciamo: nulla è già deciso. Anche i lavoratori autoctoni sono sotto attacco da decenni in Italia e in Europa. Nelle borse, nelle banche, nei governi, nei parlamenti che li stanno massacrando, non sono certo gli immigrati “clandestini” o i richiedenti asilo a dettare legge! Un solco di sfiducia e di risentimento si va scavando tra i poteri costituiti e una massa crescente di salariati, e di cittadini comuni che non sfruttano il lavoro altrui. Ecco perché la prospettiva della solidarietà, dell’unità tra lavoratrici e lavoratori autoctoni e immigrati non è un programma donchisciottesco. La guerra del capitale al lavoro salariato è unitaria; tale può e deve essere anche la resistenza e la riscossa del lavoro salariato contro il capitale. In questa guerra dei nostri giorni l’internazionalismo proletario non è un vecchio cimelio da tirar fuori dalla cantina e spolverare, è l’espressione naturale e viva di una realtà di classe contemporanea che internazionale è già. In ogni singolo paese, in ogni singola città, in un gran numero di posti di lavoro. È contro questa dura realtà dei fatti che si romperà le corna la masnada dei “sovranisti di sinistra” dedita a riciclare con una tinta di “sociale” le tematiche anti-proletarie delle destre ultra-nazionaliste e razziste.

Una rivista è una rivista, ovviamente. Per quanto sognatori, non possiamo ambire a un pubblico di massa. Ma speriamo di avere apprestato per le nostre centinaia di lettori un’arma affilata di lotta da usare a livello di massa. Il resto verrà.

Clicca qui per la versione in arabo , inglese e francese.

SOURCE:

https://pungolorosso.com

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GPI e UDAP rispondono all’attacco della Meloni ad Atreju https://asiacommune.org/2025/12/21/gpi-e-udap-rispondono-allattacco-della-meloni-ad-atreju/ Sun, 21 Dec 2025 17:29:15 +0000 https://asiacommune.org/?p=11291 Riceviamo e volentieri pubblichiamo. Per parte nostra, ci siamo già espressi su questo fatto (o fattaccio), anche con riferimento agli storici amici dei rappresentanti dell’ANP in Italia, che per l’occasione hanno fatto finta di non conoscerli, anzi hanno recitato la parte dei risentiti nei loro confronti per essere… quello che sono. E non certo da oggi. (Red.) COMUNICATO DI RISPOSTA ALL’ATTACCO DELLA MELONI ALLE ORGANIZZAZIONI PALESTINESI L’invito di Abu Mazen ad Atreju e l’esplicito attacco della Meloni alle realtà e ai movimenti palestinesi nel comizio finale, costituiscono un dato di…

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo. Per parte nostra, ci siamo già espressi su questo fatto (o fattaccio), anche con riferimento agli storici amici dei rappresentanti dell’ANP in Italia, che per l’occasione hanno fatto finta di non conoscerli, anzi hanno recitato la parte dei risentiti nei loro confronti per essere… quello che sono. E non certo da oggi. (Red.)

COMUNICATO DI RISPOSTA ALL’ATTACCO DELLA MELONI ALLE ORGANIZZAZIONI PALESTINESI

L’invito di Abu Mazen ad Atreju e l’esplicito attacco della Meloni alle realtà e ai movimenti palestinesi nel comizio finale, costituiscono un dato di fatto significativo: la capacità del movimento di resistenza palestinese di rivelare le fratture e  le contraddizioni del sistema politico italiano ed internazionale.

Per rispondere più nel dettaglio alla Presidente, che ad Atreju ci ha interpellati direttamente, “pretendendo di sapere se la resistenza della quale parliamo sia Hms”.

Siamo d’accordo con Meloni quando dice che “la pace non si fa con le canzoni di John Lennon ma con la deterrenza”, e ribadiamo che, come dimostra l’oltre un secolo di lotta anticoloniale del nostro popolo, in Palestina l’unica deterrenza contro “Israele” è la Resistenza.

Chi ha storicamente rappresentato i palestinesi, in Palestina e nella diaspora, non è mai stato un organo imposto dall’esterno, ma il movimento di resistenza nella sua pluralità di movimenti, partiti, fazioni e gruppi, che hanno guidato e sostenuto nel tempo tutte le forme della lotta di liberazione. La resistenza palestinese non è un fenomeno contingente né riconducibile a un singolo attore, è un processo storico che si sviluppa da oltre un secolo e che si esprime in forme molteplici: dalla resistenza politica e sociale a quella culturale, dalla resilienza quotidiana delle comunità al sacrificio dei prigionieri, dei giornalisti, delle donne e dei bambini sotto assedio.

Perciò l’unico legittimo rappresentante del popolo palestinese è chiunque e qualunque fazione lo difenda contro l’occupante sionista, compresi alcuni membri proprio del partito del suo ospite e caro amico Abu Mazen. Uno di questi si chiama Anan Yaeesh, detenuto in Italia, a Melfi, con false e ingiuste accuse. Anan non è né un membro di Hms né di qualche partito comunista, ma un militante di Fateh, che tecnicamente è il partito dell’Autorità Palestinese. Abu Mazen ha mai parlato a Meloni di Anan? Ha mai preteso la sua liberazione? Certamente no, e questo dà la misura di quanto sia traditore dei palestinesi, a partire da quelli che dovrebbero essergli più prossimi.

Meloni ha paura delle “autoproclamate” associazioni palestinesi perché sa che noi abbiamo più legittimazione di un burattino come Abu Mazen, perché sa che alla testa della piazza del 4 ottobre c’eravamo noi e non l’ambasciata palestinese, che in due anni non ha proferito mezza parola sul genocidio e che non muove un dito per la liberazione dei prigionieri palestinesi detenuti in Italia.

Questa messinscena è un inutile tentativo di riabilitare un leader riconosciuto solo da una comunità internazionale che rifiuta di ammettere le proprie responsabilità storiche nel progetto coloniale israeliano; un leader non riconosciuto dal suo stesso popolo, per il suo ruolo di sostegno all’occupazione sionista.

Allo stesso tempo, la sua partecipazione al convegno di Fratelli d’Italia, è un chiaro tentativo di rilegittimare il governo Meloni di fronte all’opinione pubblica e di fare dimenticare il protagonismo italiano nel genocidio e nelle pratiche di oppressione coloniale.

Ma il genocidio non sarebbe stato possibile senza il contributo fondamentale del made in Italy. L’Italia infatti è il terzo esportatore europeo di armi verso “Israele”, che invece è il secondo fornitore di armi all’Italia, che con i suoi contratti militari, economici e accademici sostiene pienamente l’occupazione e lo sterminio dei palestinesi.

Il massacro non sarebbe stato possibile senza l’incessante lavoro di sostegno diplomatico che il suo Governo ha svolto per “Tel Aviv” a tutti i livelli e in ogni occasione. Solo questo completa e rende pienamente giustizia al quadro illusionista che la Premier ha dipinto ad Atreju: i bambini che lei ha fatto umanamente venire in Italia per curarsi sono doppiamente suoi, perché la mano italiana li ha bombardati prima e curati poi. Ugualmente gli aiuti sono stati possibili solo grazie al contributo dell’Italia all’assedio e alla fame di Gaza.

Rimanere saldamente al fianco della resistenza e opporsi ai collaborazionisti è fondamentale, ora più che mai, perché è proprio sul disarmo e sulla riabilitazione dell’Autorità Palestinese che si gioca il piano Trump per la colonizzazione della Palestina e per la liquidazione della sua causa.

Le organizzazioni palestinesi in Italia pretendono dallo Stato Italiano quello che Abu Mazen non pretenderà mai: l’embargo totale delle armi ad “Israele”, la rottura di ogni rapporto militare, economico politico e accademico, e soprattutto la liberazione di Anan Yaeesh e la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi e per la Palestina in Italia.

Giovani Palestinesi d’Italia (GPI)
Unione Democratica Arabo Palestinese (UDAP) 

SOURCE:

https://pungolorosso.com

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Lenin e la macchina dell’inganno: dove si fa il vero ‘lavoro dello Stato’ https://asiacommune.org/2025/11/27/lenin-e-la-macchina-dellinganno-dove-si-fa-il-vero-lavoro-dello-stato/ Thu, 27 Nov 2025 15:47:51 +0000 https://asiacommune.org/?p=11242 “Nel 1917, con ‘Lo Stato e la Rivoluzione’, Vladimir Lenin smontò la visione popolare del governo, sostenendo che le istituzioni democratiche borghesi (come i parlamenti) non erano strumenti di volontà popolare, ma una facciata elaborata per nascondere il vero centro del potere. “ “Per Lenin, l’essenza dello Stato borghese si riduce al dominio di classe, e il modo in cui questo dominio viene esercitato viene magistralmente riassunto in una delle sue frasi più forti, che mette in evidenza l’ipocrisia della politica moderna. “ Il potere nascosto: “La grande farsa della…

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“Nel 1917, con ‘Lo Stato e la Rivoluzione’, Vladimir Lenin smontò la visione popolare del governo, sostenendo che le istituzioni democratiche borghesi (come i parlamenti) non erano strumenti di volontà popolare, ma una facciata elaborata per nascondere il vero centro del potere. “

“Per Lenin, l’essenza dello Stato borghese si riduce al dominio di classe, e il modo in cui questo dominio viene esercitato viene magistralmente riassunto in una delle sue frasi più forti, che mette in evidenza l’ipocrisia della politica moderna. “

Il potere nascosto:

“La grande farsa della democrazia parlamentare consiste nel dividere il lavoro: il Parlamento si occupa del dibattito pubblico, mentre il vero processo decisionale si svolge lontano dai riflettori. Analizzando questo sistema, Lenin ha dichiarato la seguente verità, che va ‘diritto al cuore dei parlamentari moderni’:”

> “Nel frattempo, negli uffici e negli Stati Maggiori ‘si svolge’ il lavoro ‘dello Stato’! ”

La critica concreta e dettagliata

“Questo frammento rivela la distinzione fondamentale che Lenin fa tra l’apparenza e la realtà del potere dello Stato:”

1. Il Parlamento: un “Luogo di Chiacchiereria”

“Secondo Lenin, il Parlamento è essenzialmente un ‘luogo di chiacchiere’ dove i rappresentanti (o ‘trascinati’ della borghesia) discutono e discutono pubblicamente. Questo discorso ha uno scopo speciale: quello di ingannare il “vulgo” (il popolo). In altre parole, la funzione principale del dibattito parlamentare non è governare, ma distogliere l’attenzione dalle masse e legittimare il sistema illusorando la partecipazione popolare. È uno spettacolo politico vuoto. “

2. Gli “Stati Maggiori”: il vero lavoro dello Stato

“Il vero e concreto ‘lavoro di Stato’ è la gestione dell’amministrazione, dell’economia e della repressione, e questa avviene ‘dietro le quinte’. Chi la giustizia? “

• Ministeri e uffici: “Il vasto apparato burocratico permanente (i funzionari non eletti) che gestisce le risorse e mantiene il controllo. Questa burocrazia agisce al di sopra e indipendentemente dai cambiamenti nei parlamenti. “

• Gli Stati Maggiori: “La cupola militare e di sicurezza che garantisce, in ultima analisi, la dominazione della classe dominante. Sono le istituzioni di forza, la macchina burocratico-militare che, di fatto, ha il vero potere esecutivo. “

“Per Lenin, il problema del parlamentarismo non è che sia rappresentativo, ma separa la legislazione (il discorso in Parlamento) dall’esecuzione (l’azione negli uffici). Questa divisione perpetua il dominio della burocrazia e dell’elite. “

La proposta rivoluzionaria: la “Corporazione del lavoro”

“L’uscita del parlamentarismo, secondo Lenin, non è abolire la rappresentanza, ma distruggere la macchina burocratico-militare e sostituirla con la struttura della Comune di Parigi (1871): un’istituzione che deve essere una ‘corporazione del lavoro, legislativa ed esecutiva allo stesso tempo’. I rappresentanti eletti dal popolo devono lavorare direttamente sull’applicazione delle leggi, eliminando così il potere occulto degli ‘Stati Maggiori’. “

“Questa analisi ci offre una risposta concreta alla domanda sul potere: per Lenin, mentre il Parlamento parla, il potere si esercita e si concentra sulle cupole burocratiche e militari che rispondono ad interessi di classe (più precisamente della borghesia), motivo per cui la rivoluzione deve concentrarsi sulla distruzione di questa macchina centralizzata e creare uno Stato del tipo della comune di Parigi. “

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Il timbro dell’ONU sul piano colonialista e schiavista di Trump per Gaza e la Palestina https://asiacommune.org/2025/11/20/il-timbro-dellonu-sul-piano-colonialista-e-schiavista-di-trump-per-gaza-e-la-palestina/ Thu, 20 Nov 2025 20:45:07 +0000 https://asiacommune.org/?p=11173 Ieri, 17 novembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione 2803, che recepisce il piano Trump per Gaza. Tredici i voti a favore, due gli astenuti: Cina e Russia. Quello che abbiamo da subito definito – nel silenzio di molti – un piano schiavista e colonialista, porta adesso l’imprimatur definitivo dell’ONU. Quest’organizzazione, ritenuta anche da tanti “insospettabili” il tempio di un “diritto internazionale” accreditato come cosa buona, si mostra ancora una volta per quello che realmente è: copertura e strumento ausiliario per la difesa degli interessi di…

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Ieri, 17 novembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione 2803, che recepisce il piano Trump per Gaza. Tredici i voti a favore, due gli astenuti: Cina e Russia.

Quello che abbiamo da subito definito – nel silenzio di molti – un piano schiavista e colonialista, porta adesso l’imprimatur definitivo dell’ONU. Quest’organizzazione, ritenuta anche da tanti “insospettabili” il tempio di un “diritto internazionale” accreditato come cosa buona, si mostra ancora una volta per quello che realmente è: copertura e strumento ausiliario per la difesa degli interessi di dominio e di sfruttamento delle grandi potenze, USA in testa.

Cos’altro è, infatti, il cosiddetto “piano di pace” yankee, accettato da Netanyahu nei suoi punti essenziali, e guardato con fastidio solo per le residue ambiguità lessicali e per la velleità trumpiana di coinvolgere maggiormente i regimi arabi complici del genocidio sionista, e il rivoltante collaborazionismo dell’ANP di Abu Mazen?

L’ISF, la Forza di Stabilizzazione Internazionale, e il Board of Peace previsti dalla risoluzione dell’ONU saranno gli strumenti per stabilizzare non una pace inesistente – che continua a seminare massacri e carestia fra la popolazione di Gaza – ma un’ancor più soffocante occupazione coloniale sionista-statunitense. Un’occupazione sionista-statunitense che prevede il disarmo della resistenza palestinese, la protezione delle forze di repressione interna al servizio dei sionisti, e rafforza al contempo la separazione fra Gaza e Cisgiordania, proprio mentre la Cisgiordania è pesantemente sotto attacco da parte dei coloni israeliani spalleggiati dall’IDF.

Sostenitori in malafede e sionisti in doppiopetto, che blaterate ancora di “due popoli due Stati”, una prospettiva che da decenni è stata resa una farsa da Israele e dai suoi protettori, avete forse qualcosa da obiettare?

Il Board of Peace, a sua volta, col meccanismo dei “donatori volontari” e la copertura di docili “tecnocrati” palestinesi, si incaricherà di dirigere l’amministrazione coloniale di Gaza, avendo cura di soffocare ogni istanza di autodeterminazione.

E Cina e Russia? Non dispongono forse del diritto di veto come membri permanenti del Consiglio di Sicurezza? Washington lo ha usato innumerevoli volte per proteggere il regime sionista anche davanti ai crimini più efferati. Perché mai loro non l’hanno usato?

Ogni volta che abbiamo messo in luce la sostanziale complicità, non solo passiva, di Russia e Cina nel genocidio di Gaza, abbiamo visto silenzi imbarazzati, o raccolto dissensi pieni di fastidio. Come osiamo parlare “male” dei grandi amici storici dei palestinesi? Ma i fatti, i duri fatti, ai quali ci atteniamo rigorosamente, danno torto, torto marcio, ai nostri critici o contestatori.

Un conto è pronunciare qualche frase demagogica per criticare “gli eccessi” israeliani; un conto è criticare gli “sbilanciamenti” di Washington a favore di Israele; ben altra cosa è mettersi realmente di traverso alle grandi manovre sioniste-statunitensi finalizzate a soffocare la resistenza palestinese. Cina e Russia non ne hanno la minima intenzione. Perché per tutte le potenze imperialistiche senza eccezioni, come per tutti i regimi arabi e “islamici”, una vittoria sul campo di questo popolo proletarizzato e irriducibile sarebbe un precedente troppo pericoloso.

Compagne/i e militanti che avete dovuto toccare con mano, una volta di più, la complicità di Russia e Cina, quand’è che deporrete le vostre paralizzanti illusioni?

Non sarà certo dal “diritto internazionale”, dall’ONU o dall’azione degli Stati che si proclamano amici dei palestinesi (salvo poi agevolare i nemici mortali della causa palestinese) che potrà venire la fine dell’occupazione e l’autodeterminazione per la Palestina. Verrà solo da un movimento internazionale degli sfruttati che scenda in campo con ancor più decisione di quanto ha fatto finora per distruggere la macchina di sterminio di Israele ed espellere dall’area medio-orientale i suoi protettori internazionali – Stati Uniti, Unione europea, Italia per primi, e a seguire gli altri.

Ora più che mai dobbiamo rilanciare il movimento di sostegno alla resistenza del popolo palestinese!

https://pungolorosso.com

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Un “pericoloso comunista” sindaco di New York… E vai! https://asiacommune.org/2025/11/08/un-pericoloso-comunista-sindaco-di-new-york-e-vai/ Sat, 08 Nov 2025 23:05:13 +0000 https://asiacommune.org/?p=11062 Ce l’ha fatta. Il “pericoloso comunista”, l’”odiatore degli ebrei”, l’uomo che “distruggerà New York” (copyright del solito Donald Trump), per giunta musulmano, è il nuovo sindaco di New York. Ne discute ormai il mondo intero. O almeno il mondo occidentale intero. Con una furia incontenibile Trump e i trumpiani; con molta cautela i centro-sinistri, a cominciare dalla vecchia guardia del partito democratico amerikano fino all’organo italiano della “sinistra per Israele”, al secolo “la Repubblica”. Secondo loro ha vinto la “Z Generation”. Sono molto preoccupati per le aspettative dei votanti per…

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Ce l’ha fatta. Il “pericoloso comunista”, l’”odiatore degli ebrei”, l’uomo che “distruggerà New York” (copyright del solito Donald Trump), per giunta musulmano, è il nuovo sindaco di New York.

Ne discute ormai il mondo intero. O almeno il mondo occidentale intero.

Con una furia incontenibile Trump e i trumpiani; con molta cautela i centro-sinistri, a cominciare dalla vecchia guardia del partito democratico amerikano fino all’organo italiano della “sinistra per Israele”, al secolo “la Repubblica”. Secondo loro ha vinto la “Z Generation”. Sono molto preoccupati per le aspettative dei votanti per Mamdani, per questo puntano sul dato della giovane età, su cui ha insistito anche l’abile neo-sindaco nel suo discorso di investitura.

Ma non è questione d’età. E’ questione che da 26 anni, dalle giornate del movimento No Global (30 novembre-1 dicembre 1999) a Seattle – con l’assedio ai vertici del WTO e l’annessa battaglia di strada con la polizia – gli Stati Uniti sono il teatro di ondate di movimenti sociali e politici in tendenza sempre più radicali. Questi movimenti, il più potente dei quali è stato finora il Black Lives Matter scoppiato a fine maggio 2020, hanno espresso, insieme ad una ripresa delle lotte sindacali operaie, il profondo malessere, la rabbia di vastissimi settori del proletariato statunitense, e la necessità di una nuova fase della vita politica statunitense, sollecitando la nascita di nuove rappresentanze politiche.

Non essendoci all’oggi una situazione rivoluzionaria né negli Stati Uniti né nel resto del mondo occidentale, era giocoforza che le nuove rappresentanze politiche nascessero dentro il partito democratico e dentro il partito repubblicano. In quest’ultimo è nato e si è affermato il trumpismo, che ha come suo obiettivo politico la spaccatura in profondità del proletariato statunitense, da realizzare attraverso la violenta contrapposizione tra settori di proletariato bianco esasperato e decaduto e la massa dei proletari immigrati e delle minoranze di colore, indicati come il capro espiatorio per la decadenza dell’Amerika. Nel partito democratico, invece, è nata l’area Sanders e DSA (i DSA, Democratici socialisti d’America) con l’obiettivo di disinnescare il malessere e la rabbia di decine e decine di milioni di proletari/e vessati dal razzismo, taglieggiati dall’inflazione e sprofondati in una precarietà senza limiti, incanalandolo nei giochi elettorali – di farlo, attraverso la denuncia delle oligarchie capitaliste e programmi di politica sociale di una certa audacia, dati i tempi.

Mamdani è il frutto di queste dinamiche di riaccensione della lotta di classe negli Stati Uniti, effetto inevitabile dell’incalzante polarizzazione di classe, a sua volta prodotta dal declino di lungo periodo del super-imperialismo yankee. E si presenta con una radicalità di propositi riformisti e una baldanza che lo collocano ben al di là di un Barack Obama. Nel suo discorso di investitura ha saputo sferzare Trump ridicolizzandolo (“so che ci stai guardando, allora ho poche parole per te: alza il volume”) e sfidandolo, quel Trump davanti al quale in Europa strisciano come vermi i presidenti delle repubbliche e dei consigli.

Di qui l’inquietudine delle grandi corporations che hanno provato a fermarlo, e l’accusa ricorrente di “comunismo”, “marxismo”, antisionismo, “amicizia con Hamas”.

Evidenti esagerazioni propagandistiche di Trump e delle consorterie sioniste, come spiegavamo già in un articolo del luglio scorso scritto subito dopo la vittoria di Mamdani alle primarie del partito democratico. Ma questo avvenimento resta per noi di grande interesse, proprio perché misura la progressiva maturazione di uno scontro di classe tra le due Americhe difficile da disinnescare per la classe dominante d’oltre Atlantico. Trump e la sua cricca di oligarchi Big Tech intendono stroncarlo con il ricorso allo stato di eccezione, ma – come s’è visto anche il 18 ottobre – non sarà una passeggiata per loro. Tutt’altro.

Indicativo è che sia raddoppiato il numero dei votanti rispetto a 4 anni fa, salendo ad oltre due milioni. L’astensionista ottuso vi vedrà solo l’inganno; noi che preferiamo la dialettica, pur ritenendo i Sanders, Ocasio Cortes e Mamdani dei demagoghi inconseguenti, vi vediamo un possibile passo in avanti se al voto non farà seguito un “ritorno a casa” passivo e attendista, ma una pressione sul neo-eletto affinché alle promesse seguano i fatti. Ed i fatti non possono seguire senza attaccare – in una misura o nell’altra – gli interessi del grande capitale finanziario, immobiliare, commerciale.

Lasciamo ad altri di fregarsi le mani nella speranzella che anche in Italia alle prossime elezioni, grazie all’effetto-imitazione, si possa avere qualcosa in più dell’1%. Questi impenitenti adoratori delle elezioni dimenticano che in Italia negli ultimi 25 anni, con la eccezione di singoli momenti di lotta, non vi è stata una dinamica dello scontro di classe e dello sviluppo dei movimenti sociali minimamente paragonabile a quella statunitense. E quando qualcosa di vivo si è prodotto, la prospettiva dell’assurda autosufficienza dei movimenti parziali o locali, ne ha favorito il riflusso o la scomparsa. Così pure lasciamo ad altri sognare sull’onda-Mamdani assessorati o seggiole varie in un centro sinistra allargatissimo (come fu nella campagna elettorale dell’USB per l’indimenticabile sindaco di Roma Virginia Raggi).

A noi che abbiamo ben altre ambizioni di costoro, piace davvero molto questa buona nuova che arriva da New York. Ma per tutt’altre ragioni. Le nostre ragioni (che di sicuro intuite) abbiate la pazienza di leggerle, se volete, qui sotto.

Di Trump si può dire tutto, e a ragione: mentitore professionale, ballista spaziale, ricattatore come pochi, gangster di primo livello, etc., ma non si può dire che manchi di intuito politico. C’è quindi un motivo per cui ha reagito alla vittoria di Zohran Mamdani nelle primarie democratiche di New York con un “non abbiamo bisogno di un comunista alla guida di New York”, seguito a ruota dalle minacce di tagliare tutti i fondi federali alla città e deportarlo (essendo Mamdani nato in Uganda, e naturalizzato cittadino statunitense).

Il motivo non è difficile da identificare per chi, come noi, da sempre vede negli Stati Uniti due distinte “Americhe”, l’una che preferiamo scrivere con il k perché in tutte le sue fibre, siano democratiche o repubblicane, cambia poco o nulla, è la più spietata forma di dominazione di classe, razziale, sessuale che esista al mondo (ben descritta, tra gli altri, da Angela Davis); l’altra, che consideriamo la “nostra” America (la “nostra” parte degli Stati Uniti, per parlare in modo corretto), ed è il vasto mondo delle masse sfruttate ed oppresse, bianche, nere e immigrate di recente dal Sud America e dai quattro angoli del mondo, da cui – per quanto avvelenati possano essere anche vasti settori di esse dallo sciovinismo – ci aspettiamo grandi cose.

Ciò che per noi è aspettativa o speranza, per Trump e i suoi è preoccupazione e timore. Come hanno osato gli elettori democratici, questi “lunatici comunisti”, silurare la candidatura del molestatore di donne, corrotto amico dei potenti palazzinari newyorkesi e delle potentissime lobby sioniste Andrew Cuomo, facendo vincere un fan dei palestinesi? Il boss della Casa Bianca sente puzza di bruciato nell’aria. E in un paese dallo storico, virulento anti-comunismo, suona immediatamente il vecchio allarme.

Di comunismo in Mamdani non c’è neppure l’ombra. Però, proprio per questo, è il caso di andare a vedere le circostanze della sua investitura. Si può spiegarla con tre fattori: il vasto malessere sociale esistente nella metropoli per lo stellare costo della vita e per l’assenza di servizi accessibili a chi ha redditi medio-bassi, per una somma di disagi materiali e psichici avvertiti da una vasta area sociale anche di popolazione bianca; una certa radicalità dei rimedi proposti da Mamdani, membro dei DSA (Democratici socialisti di America) per venire incontro a questo malessere; il discredito, o lo scarso credito, degli altri candidati, o potenziali tali (l’ex-governatore dello stato Cuomo, il sindaco uscente Adams, e Lander, un fuoriuscito a destra dei DSA, anche lui politico di lungo corso).

Intendiamoci, Mamdani è giovane (33 anni), sveglio, brillante. Ha – come usa dire – carisma. Lingua pronta, tagliente quanto basta. Ottima capacità di comunicare, da battutista e uomo di spettacolo, ex-componente di band musicali. Ma per quanto infantilizzato sia il pubblico dei votanti negli Stati Uniti, nelle primarie c’è pur sempre una scrematura verso l’alto quanto ad informazioni e generica preparazione politica. L’uomo aveva inoltre il triplo handicap, non da poco anche in ambito democratico, di essere un “oriundo” (con sfondo migratorio indiano), un musulmano praticante, e un filo-palestinese (benché moderato).

Insomma, il peso determinante di questo risultato a sorpresa è da attribuire più che alle caratteristiche specifiche del singolo, al contesto economico-sociale e alle sue proposte. A New York, la città dominata dal capitale finanziario e da quello immobiliare, la città dal costo della vita più alto negli Stati Uniti, la povertà è decisamente in aumento da anni. Una persona su 4 non riesce a soddisfare i propri bisogni primari (alloggio e cibo). Aumentano i senzatetto, nel 2024 il record storico. Almeno centomila immigrati di recente arrivo sono in condizioni di grave disagio materiale, di vera e propria deprivazione, senza accesso alle scuole pubbliche, all’assistenza legale e sanitaria. Il disagio psicologico dei giovani è talmente diffuso e acuto che la città ha promosso un’azione legale contro i maggiori social (Tik Tok, Facebook, Instagram, Snapchat, You Tube) accusandoli di essere alla radice di questi crescenti disturbi, e responsabili delle spese pubbliche necessaria per contenerli o curarli. Ma New York è anche una metropoli nella quale gli stessi “small business” sono permanentemente a rischio, per il livello della tassazione, il caro-affitti, le fluttuazioni dell’economia, l’ampiezza della povertà. Il New York Weekly del novembre scorso si chiedeva: “possono le piccole attività [artigianali e commerciali] sopravvivere alla stretta di New York?”. E per quanto la risposta fosse alla fine positiva, la domanda stessa indica il grado di incertezza strutturale che avvolge queste attività.

Mamdani ha saputo elaborare un programma che risponde, in qualche misura, all’insieme di questi bisogni insistendo molto sul condono fiscale e la detassazione degli small business, e promettendo di congelare gli affitti, garantire trasporti gratuiti, aprire supermercati pubblici con prezzi calmierati e asili per l’infanzia accessibili a tutti, introdurre sussidi per le spese sanitarie, costruire biblioteche nei quartieri popolari. Più ambiguo il suo programma in materia di salario minimo, perché se da un lato promette un quasi-raddoppio progressivo in 5 anni dai 16.5 dollari l’ora a 30 dollari, dall’altro impegna (in modo vago) le casse della metropoli ad intervenire, in progressione, nei casi in cui le imprese non riescano a garantirlo. Per dare corso all’insieme di queste spese, prevede un incremento di imposte (+2%) sulle grandi fortune e sulle grandi corporations con sede legale a New York.

Ma non c’è dubbio che gli abbia portato molta popolarità (nel milione di votanti alle primarie) la sua insistita denuncia della politica di Trump come una politica a favore dei milionari contro gli operai e i lavoratori: “The richest man in the world [Musk] has purchased the U.S. President and is waging war on the working class. But organized people can fight back and win”, uno dei suoi messaggi più famosi. Questa sua esposizione è risaltata tanto più quanto più il partito democratico, dopo la catastrofe elettorale, è rimasto a lungo silente nei confronti di Trump, che invece ha continuato ad accusarlo di essere all’origine di tutti i guai degli Stati Uniti. Così come ha aiutato Mamdani lo schieramento a favore delle donne e delle minoranze LGBTQ+ che si sentono minacciate da vicino dall’aggressione dei trumpiani.

La mobilitazione di decine di migliaia di volontari/e (c’è chi dice oltre 50.000), in larghissima maggioranza giovani, molte/i impegnate/i per la prima volta nelle contese elettorali, le ventimila donazioni intorno agli 80 dollari ricevute, sono il risultato di questo processo socio-politico decisamente interessante, e da seguire nei suoi ulteriori sviluppi, per l’importanza nazionale e internazionale degli avvenimenti newyorkesi.

Ma Mamdani è stato irremovibile sul taglio dei finanziamenti alla polizia, la richiesta fondamentale del movimento BLM (no, e basta – la sua scarsissima popolarità tra i neri, tra cui ha stravinto Cuomo, può essere addebitata anche a questo). Ha criticato il genocidio di Gaza ma si è dichiarato a favore dello stato di Israele (genocida per la sua natura colonialista). E – benchè appartenente ai DSA – ci ha tenuto a differenziarsi dai DSA nazionali, a suo dire troppo estremi, per esempio in materia di (possibile) nazionalizzazione delle industrie. Non solo: ci ha tenuto a rivolgersi all’insieme del Partito democratico, uno dei due pilastri politici dell’imperialismo gringo, proponendosi come un modello per l’intero partito. E già si vocifera che qualche esponente della vecchia guardia di questa lurida banda di guerrafondai veda davvero una chance di ripresa del partito in figure quali Mamdani (potrebbe essere un remake di Obama).

Tanto rumore per nulla, allora? Sicuramente no.

Perché la scesa in campo dei mega-miliardari e di Trump contro Mamdani per sbarrargli a tutti i costi la strada nei prossimi mesi radicalizzerà lo scontro politico, con un impatto necessariamente nazionale, ed è possibile richiami in campo settori di proletari/e disillusi e passivi, prospettandogli un’occasione di impegno e di battaglia – sia pure solo sul piano elettorale. Per ora questi strati sembrano essere rimasti poco toccati dalla campagna di Mamdani, che ha stravinto tra i giovani più scolarizzati e i bianchi. Domani chi sa.

Evidente il pericolo che – ancora una volta – com’è stato per le campagne di Sanders, e com’è per la attuale campagna contro gli oligarchi di Sanders-AOC – tutto il malessere sociale e politico venga incanalato nella contesa elettorale e, così, disperso e spento, con un effetto di frustrazione per le speranze di riscossa di settori di classe lavoratrice. Ma non si può affatto escludere – ecco il motivo dell’invettiva di Trump – che in una dinamica di attacchi violenti dei potentati economici di Wall Street e della Casa Bianca e di necessarie risposte, ad essere messi in crisi siano proprio il solito gioco elettorale di roboanti promesse poi lasciate cadere, e i suoi burattinai del Partido democratico e della nomenklatura DSA.

Ha ragione Luciano Arienti quando scrive su Prensa Obrera che per i rivoluzionari c’è un’altra via praticabile tra il “piegarsi acriticamente” all’azione dei DSA, versione Sanders-AOC o versione-Mamdani (che sarebbe disastroso), e il limitarsi ad una critica di essa di stampo “propagandistico o auto-proclamatorio” (che sarebbe inefficace). Si deve prendere parte allo scontro politico che si è già aperto in tutto il territorio statunitense, non semplicemente a New York, per dare forza ad una linea e ad un raggruppamento di energie organizzate di lotta, all’insegna della “indipendenza di classe”. In questo sforzo saranno decisivi non soltanto i metodi della lotta e dello sciopero, estranei agli apparati democratici e ai DSA, ma anche i contenuti, che – data la corsa alla guerra che stiamo vivendo – non potranno essere limitati alle sole politiche sociali, alla sola politica interna agli Stati Uniti. Dovrà essere presa di petto anche la funzione dell’imperialismo statunitense nel mondo, e nella criminale corsa all’abisso in atto. E per fare questo è tanto più necessario e urgente, a New York, negli USA e ovunque, colmare il ritardo storico nella costruzione di un partito rivoluzionario in grado di prendere veramente parte allo scontro, costruendo iniziative e mobilitazioni capaci di indicare – almeno, in un primo momento, ai proletari più coscienti – la strada della lotta politica indipendente, dell’autorganizzazione, della battaglia a tutto campo contro le classi dominanti.

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Napoli, di nuovo in corteo contro genocidio, guerra, sfruttamento e repressione – SI Cobas Napoli https://asiacommune.org/2025/11/03/napoli-di-nuovo-in-corteo-contro-genocidio-guerra-sfruttamento-e-repressione-si-cobas-napoli/ Mon, 03 Nov 2025 21:04:40 +0000 https://asiacommune.org/?p=11000 DI NUOVO IN CORTEO CONTRO GENOCIDIO, GUERRA, SFRUTTAMENTO E REPRESSIONE A una settimana dall’agguato poliziesco alla Mostra d’oltremare, siamo scesi di nuovo in piazza [ieri, venerdì 31 ottobre] per denunciare la ripresa del massacro sionista a Gaza nel silenzio di governo e opposizione. Con noi anche Mimì, Dario e Bocconcino, che ci hanno raggiunto in piazza non appena “assolto” l’obbligo di firma imposto all’indomani della scarcerazione. Il corteo, composto da più di mille partecipanti, è giunto fin sotto la sede del comune di Napoli di via Verdi, dove nella tarda…

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DI NUOVO IN CORTEO CONTRO GENOCIDIO, GUERRA, SFRUTTAMENTO E REPRESSIONE

A una settimana dall’agguato poliziesco alla Mostra d’oltremare, siamo scesi di nuovo in piazza [ieri, venerdì 31 ottobre] per denunciare la ripresa del massacro sionista a Gaza nel silenzio di governo e opposizione.

Con noi anche Mimì, Dario e Bocconcino, che ci hanno raggiunto in piazza non appena “assolto” l’obbligo di firma imposto all’indomani della scarcerazione.

Il corteo, composto da più di mille partecipanti, è giunto fin sotto la sede del comune di Napoli di via Verdi, dove nella tarda mattinata un gruppo di compagni ha occupato le sale dei gruppi consiliari per “ricordare” al sindaco Manfredi che a luglio il consiglio comunale ha approvato una mozione che impegna l’amministrazione a sospendere ogni tipo di collaborazione con Israele – un impegno che, come sempre, è stato totalmente disatteso, a tal punto che lo scorso weekend la Mostra d’oltremare ha ospitato tra i suoi stand la multinazionale farmaceutica sionista TEVA, la cui presenza ha determinato le proteste da cui è scaturita la vile rappresaglia ad opera della Questura di Napoli che ha portato all’arresto e all’incarcerazione per 3 giorni nei confronti di Mimì, Dario e Bocconcino.

Manfredi e la sua giunta, dunque, sono a pieno titolo responsabili di quanto accaduto sabato!

Al termine della manifestazione è stato comunicato che a seguito dell’occupazione è stata convocata una conferenza dei capigruppo per mercoledì prossimo alle ore 15 alla presenza di un’ampia delegazione della Rete Napoli per la Palestina.

Il corteo di oggi è stato anche il primo passaggio di lotta in vista dello sciopero generale del prossimo 28 novembre…

Ci vogliono docili e impotenti, ma hanno fatto male i conti!

Palestina libera dal fiume al mare!

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Un’assemblea pienamente riuscita, per preparare nuove iniziative di lotta per la Palestina, contro il governo Meloni, contro la repressione https://asiacommune.org/2025/10/28/unassemblea-pienamente-riuscita-per-preparare-nuove-iniziative-di-lotta-per-la-palestina-contro-il-governo-meloni-contro-la-repressione/ Tue, 28 Oct 2025 17:54:09 +0000 https://asiacommune.org/?p=10961 L’assemblea on line di ieri (domenica 26 ottobre) indetta dalla TIR per fare il punto sulla “tregua” in corso a Gaza e su quali sono le prospettive e i compiti di lotta qui, è cominciata, naturalmente, con la denuncia dell’operazione repressiva avvenuta sabato a Napoli, una brutale rappresaglia contro un’azione di solidarietà alla Palestina e contro militanti dell’area internazionalista. Dei militanti arrestati, Mimì, Dario e Francesco, è stata chiesta unanimemente l’immediata liberazione! [Nella foto, la conferenza stampa che si è tenuta sabato mattina a Napoli, in contemporanea con la nostra assemblea, davanti…

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L’assemblea on line di ieri (domenica 26 ottobre) indetta dalla TIR per fare il punto sulla “tregua” in corso a Gaza e su quali sono le prospettive e i compiti di lotta qui, è cominciata, naturalmente, con la denuncia dell’operazione repressiva avvenuta sabato a Napoli, una brutale rappresaglia contro un’azione di solidarietà alla Palestina e contro militanti dell’area internazionalista. Dei militanti arrestati, Mimì, Dario e Francesco, è stata chiesta unanimemente l’immediata liberazione! [Nella foto, la conferenza stampa che si è tenuta sabato mattina a Napoli, in contemporanea con la nostra assemblea, davanti alla Mostra d’Oltremare.]

L’assemblea è pienamente riuscita. Per partecipazione (più di 100 compagne/i tra collegamenti individuali e collettivi); per la qualità degli interventi degli organismi che vi hanno preso parte (Docenti per Gaza, Ferrovieri contro la guerra, Gpi, Handala, SI Cobas, Uds, Rete della conoscenza, Rete Libere/i di lottare contro stato di guerra e di polizia, era presente anche Ultima Generazione); per i collegamenti internazionali (Liberazione comunista dalla Grecia, Partido Obrero dall’Argentina, il SEP dalla Turchia); per i contenuti espressi; per la tensione a rilanciare con forza la mobilitazione per la Palestina libera dal fiume al mare e contro il governo Meloni, da abbattere nelle piazze; nonché per gli impegni di lavoro che ne sono scaturiti – a partire dall’Assemblea nazionale contro la legge Gasparri e l’equiparazione tra antisionismo e antisemitismo. 

Uno dei terreni principali di azione emersi dall’Assemblea – come è stato ribadito anche nelle conclusioni – è la lotta vera (che è altra cosa da quella messa in scena) contro il governo Meloni: per la sua totale complicità con Israele e i suoi piani genocidari; per la stretta poliziesca e intimidatoria che sta mettendo in atto contro i movimenti di lotta e i militanti anticapitalisti e internazionalisti anche attraverso l’uso del decreto-sicurezza; per le sue decisioni in materia sociale, a cominciare dalla legge finanziaria, cucita addosso agli interessi dei profitti e delle rendite, della classe capitalistica, in spregio ai bisogni operai e popolari.

Qui di seguito l’introduzione all’assemblea, del compagno Eddy.

Compagne, compagni, dobbiamo cominciare questa assemblea con la denuncia di quanto è accaduto ieri a Napoli, alla Mostra d’Oltremare. Lì è avvenuto un vero e proprio agguato a freddo della polizia, di tipo cileno, contro le attiviste e gli attivisti di Napoli per la Palestina, che ha portato all’arresto di Mimì, Dario e Francesco, ora rinchiusi nel carcere di Secondigliano, e alla identificazione di decine di manifestanti.

Eravamo lì al PharmaExpo per denunciare l’israeliana TEVA e la complicità della industria italiana, dello stato e del governo italiani nel genocidio in corso a Gaza e nella pulizia etnica in Cisgiordania. Avevamo aggirato le ingenti misure di sicurezza predisposte per impedire qualsiasi contestazione. Quella della polizia è stata una vile rappresaglia scattata con manganellate, calci e pugni quando stavamo andando via. Come ha detto in un comunicato il SI Cobas di Napoli, questa rappresaglia vuole intimidire e colpire i pro-Pal, e al tempo stesso vuole intimidire chi si oppone alla politica di guerra e di macelleria sociale del governo Meloni.

Non si tratta solo di Napoli. Gli interventi della polizia nei giorni scorsi a Roma, a Torino, a Bologna, il foglio di via per Mohammad Hannoun, presidente dell’API, la fretta con cui le destre vogliono far approvare il DDL Gasparri che equipara in modo provocatorio l’antisionismo all’antisemitismo, non lasciano dubbi: la risposta governativa e statale alle grandissime giornate di lotta del 3 e del 4 ottobre è l’intensificazione della repressione.

Non ci facciamo intimidire! Rivendichiamo l’immediata libertà per Mimì, Dario e Francesco, e chiediamo a tutti di assumere questo compito, come stiamo facendo in questi minuti in piazza con una conferenza stampa. Avviamo questa assemblea con ancora maggiore determinazione a continuare la nostra lotta a sostegno della resistenza del popolo palestinese, e a saldarla alla lotta contro la politica anti-operaia e anti-popolare del governo Meloni, per arrivare a buttarlo giù dalle piazze, perché se aspettiamo che lo facciano il parlamento e le elezioni si fa notte…

A pochi giorni dalla presentazione al mondo intero del “piano di pace” di Trump per il Medio Oriente atteso (a sentire lui) da tremila anni, è evidente che quella in corso in Palestina è solo una fragile tregua. Una tregua che lo stato di Israele non voleva, e che ha già più volte sfacciatamente violato, con i bombardamenti su Gaza, sul Libano, sullo Yemen, intensificando le operazioni in Cisgiordania e approvando alla Knesset l’incorporazione della Cisgiordania stessa. Della pace in Palestina non c’è neppure l’ombra! Non può esserci pace in Palestina fin che resta in piedi l’occupazione coloniale sionista-occidentale di questa terra.

Ma sarebbe davvero ingenuo pensare che l’amministrazione Trump sia scesa in campo con tanta determinazione ed esposizione pubblica per poi consentire ad uno Smotrich o ad un Ben Gvir quasiasi di far cadere nel nulla il suo “piano”. Il piano di Trump, nella misura in cui si può parlare di un vero e proprio piano, è talmente ambizioso da prevedere la possibilità di coinvolgere anche l’Iran e Hamas (sia pure smilitarizzato). Corrisponde alla necessità degli Stati Uniti, che non coincide perfettamente con gli interessi dello stato sionista, di mantenere in vita e cercare di rafforzare gli storici legami di alleanza con i regimi arabi. Seppur lentamente, il mondo arabo sta slittando verso l’Asia, che è divenuta l’acquirente di almeno la metà del petrolio saudita. Gli Stati Uniti hanno il bisogno urgente di mettersi di traverso alla crescente influenza cinese e russa in tutta l’area. Nel piano colonialista e schiavista presentato da Trump e dai suoi non c’è posto alcuno per la libertà e per l’auto-determinazione del popolo palestinese. Per questo deve essere ovunque denunciato per quello che è, anche se le forze della resistenza palestinese sembrano muoversi, formalmente, all’interno di esso, in un contesto ancora indeterminato che, tuttavia, non consente in alcun modo di affermare che questa “tregua” consiste in una “Oslo 2”.

Per i palestinesi di Gaza la tregua era assolutamente necessaria – un momento di respiro dopo due anni di criminale mattanza. In questi due anni il popolo palestinese e le forze della sua resistenza armata, pur straziati e decimati dalle bombe, dalla fame e dalle malattie, hanno dato al mondo intero una prova leggendaria di dignità, di resilienza, di organizzazione infliggendo a Israele colpi che non aveva mai subito nelle precedenti guerre. E forse il colpo più duro per Israele non sono stati le migliaia di soldati caduti, le decine di migliaia di feriti e di disturbati mentali, le decine di suicidi tra i piloti carnefici, la fuga definitiva da Israele di decine di migliaia di suoi cittadini impauriti o disgustati, la disorganizzazione delle strutture produttive – il colpo più duro è stato il crollo della sua immagine nel mondo. Oggi centinaia di milioni di sfruttati e oppressi nel mondo vedono la natura coloniale, razzista, suprematista dello stato sionista, e sono schierati dalla parte del popolo palestinese, della Palestina. Mai come ora la Palestina, nella sua storia secolare di lotta al colonialismo, è diventata la patria di tutte le masse oppresse e sfruttate del mondo coscienti di sé. In tutto il mondo si grida nelle piazze, a milioni, che la Palestina dovrà essere libera dal fiume al mare, e sarà libera dal fiume al mare. E nulla, nulla, potrà impedirlo.

Anche in Italia, finalmente, c’è stato nelle scorse settimane un enorme allargamento della mobilitazione di massa per la Palestina con lo sciopero generale del 3 ottobre e l’oceanico corteo di Roma del 4 ottobre. Siamo tra quelli che già dai giorni immediatamente successivi al 7 ottobre del 2023 sono scesi in campo consapevoli che l’intero apparato di distruzione e di morte sionista-occidentale si sarebbe mobilitato per infliggere all’audacia rivoluzionaria mostrata dalla resistenza palestinese una punizione feroce. Siamo stati parte attiva di tante dimostrazioni, a cominciare da quella di Ghedi del 21 ottobre 2023; dei quattro scioperi della logistica organizzati dal SI Cobas in quasi totale isolamento; e delle tante azioni tese a spezzare i legami di interessi materiali, politici e culturali tra Italia e Israele, a cominciare da quella contro la Mekorot, e poi dal blocco dei porti di Genova e Salerno fino alle iniziative contro Leonardo, Fincantieri e, appunto, PharmaExpo.

Si tratta, ora, di dare continuità a questa mobilitazione facendo fronte alla crescente criminalizzazione della solidarietà alla Palestina che si sta affermando in tutta Europa, sulla scia di quanto è già accaduto negli Stati Uniti con l’amministrazione Trump, e la piena complicità dei democratici, anch’essi filo-sionisti, compresi i cosiddetti “socialisti” Sanders e Ocasio Cortes.

  • Ciò significa mobilitarsi contro il DDL Gasparri che, equiparando anti-sionismo ad anti-semitismo, pretende dare un colpo mortale alla mobilitazione per la Palestina, attraverso pene esemplari per chi oserà mettere in discussione l’operato di Israele e, tanto più, l’esistenza di questo stato coloniale, e attraverso l’obbligo di delazione in particolare nelle scuole, per colpire ogni forma di critica del sionismo – come hanno affermato le Docenti per Gaza.

Questa è un’ulteriore blindatura dello stato di polizia e di guerra dopo l’approvazione dell’ultimo decreto sicurezza Mattarella-Meloni, e siamo chiamati a contrastarla con decisione. Per questo, insieme alla Rete Libere/i di lottare, intendiamo organizzare a breve un’assemblea nazionale nella quale respingere la proditoria identificazione tra anti-sionismo e anti-semitismo, e chiamare il movimento pro-Palestina ad assumere in pieno, oltre la denuncia del DDL, la lotta contro di esso.

  • Un fattore di importanza decisiva nella continuazione della mobilitazione al fianco del popolo palestinese sarà il nuovo sciopero generale indetto dall’insieme del sindacalismo di base per il 28 di novembre. Dobbiamo riconoscere che, se si fa eccezione per alcune migliaia di lavoratori della logistica in larghissima parte immigrati, il proletariato industriale non ha fatto molto, finora, per dare forza alla mobilitazione per la Palestina. Qualcosa è cambiato negli ultimi tempi, in Italia, in Grecia, in Spagna con gli scioperi generali. Ma ancora non siamo arrivati a quella centralità della classe operaia nel movimento per la Palestina a cui aspiriamo.

Per questo ci prefiggiamo di lavorare pancia a terra per il prossimo mese, anche con iniziative locali, per allargare il più possibile, molto al di là dei confini delle organizzazioni del sindacalismo di base, la presa di coscienza e la partecipazione operaia e proletaria allo sciopero e alle mobilitazioni. Lo faremo mostrando che la lotta contro il genocidio in Palestina, la lotta – da rilanciare!! – perché finisca il macello in corso tra NATO e Russia in Ucraina, e la lotta contro una finanziaria di sacrifici e di guerra com’è quella che il governo delle destre ha predisposto per il 2026, sono due facce della stessa medaglia.

C’è una vasta sofferenza sociale per decenni di politiche anti-proletarie, per la dilagante e umiliante precarietà del lavoro e della vita, per lo strapotere padronale sui luoghi di lavoro che ha prodotto un record di morti e di infortuni, per il montante razzismo contro le popolazioni immigrate, per la propaganda sessista delle forze di governo e per le politiche di distruzione dei residui presidi a tutela delle donne, per la repressione sempre più asfissiante, per la militarizzazione delle scuole e delle università, e dobbiamo lavorare perché tutta questa sofferenza, tutto questo malcontento sociale si esprimano con la lotta e nella lotta ai padroni e al governo. Perché le giornate del 28 e 29 ottobre segnino un salto di quantità e di qualità della mobilitazione operaia e sociale, e perché questa mobilitazione si dia l’obiettivo di abbattere il governo Meloni dalle piazze.

  • Infine, non certo per ultimo, stiamo lavorando – come Tendenza internazionalista rivoluzionaria – al massimo rafforzamento dei legami tra le forze internazionaliste presenti in tanti paesi del mondo, e al massimo coordinamento tra le mobilitazioni in corso a scala internazionale per la Palestina, contro la corsa al riarmo e alla guerra inter-imperialista, di cui il genocidio in Palestina e il macello in Ucraina sono parte. Il nostro obiettivo è costituire un campo proletario totalmente indipendente dai due schieramenti contrapposti – nessuna illusione su nessuno stato del capitale!

Per questo oggi avremo in questa assemblea i compagni e le compagne di Liberazione comunista dalla Grecia, del SEP dalla Turchia, del Partido Obrero dall’Argentina. Per noi l’internazionalismo di classe non è solo un principio, è una vitale pratica concreta.

Questo è tutto, molto in breve.

SOURCE

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Mobilitiamoci contro il DDL Gasparri, che criminalizza l’anti-sionismo https://asiacommune.org/2025/10/24/mobilitiamoci-contro-il-ddl-gasparri-che-criminalizza-lanti-sionismo/ Fri, 24 Oct 2025 16:04:41 +0000 https://asiacommune.org/?p=10901 Circa un anno fa siamo stati tra i primissimi a denunciare il DDL 1004, promosso dai senatori leghisti Romeo, Pirovano e Bergesio, mirante a “contrastare gli atti di antisemitismo”, presentato in Senato il 30 gennaio 2024, a genocidio in corso, per contrastare la lotta contro lo stato di Israele e i suoi protettori, e arginare o minare il movimento di sostegno al popolo e alla resistenza palestinese. https://pungolorosso.com In tutta Europa si moltiplicano i provvedimenti di polizia e anche le disposizioni legislative di nuovo conio per stroncare ogni forma di…

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Circa un anno fa siamo stati tra i primissimi a denunciare il DDL 1004, promosso dai senatori leghisti Romeo, Pirovano e Bergesio, mirante a “contrastare gli atti di antisemitismo”, presentato in Senato il 30 gennaio 2024, a genocidio in corso, per contrastare la lotta contro lo stato di Israele e i suoi protettori, e arginare o minare il movimento di sostegno al popolo e alla resistenza palestinese.

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In tutta Europa si moltiplicano i provvedimenti di polizia e anche le disposizioni legislative di nuovo conio per stroncare ogni forma di critica e, tanto più, di aperta contrapposizione all’azione colonialista e genocida dello stato di Israele. E l’Italia del governo delle destre tra le più islamofobe e arabofobe d’Europa non poteva mancare di essere … Leggi tuttoEcco il nuovo DDL-bavaglio, apprestato per colpire ogni forma di critica (e tanto più di lotta) allo stato di Israele e al sionismo

Il Pungolorosso

Nel frattempo, visto l’allargamento del movimento per la Palestina, il governo Meloni ha ritenuto quello strumento di criminalizzazione dell’anti-sionismo insufficiente, incompleto. Ed eccone una nuova versione più articolata e indurita, presentata il 6 agosto 2025, proprio quando il genocidio era arrivato al suo acme, finalizzata a rafforzare la protezione legale e politica dei suoi autori e dei suoi complici.

Il DDL 1627-Gasparri, infatti, ricorre ad una formula ancora più solenne di quella del DDL 1004 (che comunque resta in campo) nell’adottare “l’integrale definizione operativa di antisemitismo approvata nell’Assemblea plenaria dell’IHRA (International Holocaust RemembranceAlliance) svoltasi a Bucarest il 26 maggio 2016″: questa volta non è la singola legge a far propria questa definizione, bensì “la Repubblica italiana“. E, a differenza del DDL leghista, parla di adozione “integrale”, inclusi cioè anche le “spiegazioni” e gli “esempi” che la corredano. Le spiegazioni e gli esempi tolgono ogni dubbio in merito al fatto che non degli ebrei semplicemente si tratta, bensì delle “istituzioni comunitarie ebraiche”. La prima e fondamentale di tali istituzioni è, ovviamente, lo Stato di Israele – che dal 2018 si è auto-denominato stato degli ebrei, dunque in termini confessionali e di apartheid (i non ebrei residenti in Israele, ossia i milioni di palestinesi, non sono cittadini come gli altri).

Val la pena ricordare almeno alcuni degli undici “esempi contemporanei di antisemitismo” fatti dall’IHRA per esplicitare il reale contenuto di quella famigerata “definizione operativa”:

-“Negare agli ebrei il diritto all’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello stato di Israele è una espressione di razzismo”. [Viceversa negare il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi, essi stessi semiti, non è anti-semitismo perché ci sono, a proposito di razzismo!, i semiti di serie A e i semiti “sub-umani”.]

-“Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da e non richiesto a nessun altro stato democratico” [esempio nostro: se ovunque le democrazie hanno legislazioni anti-terrorismo, perché Israele non potrebbe averne una che considera terroristi tutti i palestinesi e adotta nei loro confronti reclusione amministrativa, tortura ogni altro tipo di arbitrio? se gli Stati Uniti possono incenerire in un sol colpo decine di migliaia di iracheni con le bombe aerosol sulla strada da Kuweit City a Bassora, o prima centinaia di migliaia di giapponesi con le atomiche a Hiroshima e Nagasaki, perché non può farlo anche Israele?]

-“Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti” – è vietato farlo anche se diversi ministri del governo Netanyahu hanno dichiarato le proprie simpatie per l’ideologia fascista, e perfino per il nazismo, e anche se le efferatezze dell’esercito e del regime carcerario sionisti mimano e perfino superano quelle dei nazisti.

Chiaro?

Ma il DDL Gasparri, un allievo del gerarca fascista Almirante, va oltre. E per non lasciare vie d’uscita a qualche magistrato, dirigente scolastico o rettore che fossero ancora attestati a difesa del diritto di criticare lo stato genocida, suprematista, razzista in questione, ecco il comma 2 dell’art. 2 del nuovo DDL, in cui si afferma di voler e dover “contrastare [tutte] le manifestazioni di antisemitismo, incluso l’antisionismo“.

Oh, finalmente siamo al punto! L’Italia dell’accoppiata Mattarella-Meloni va, dunque, al di là della stessa definizione operativa dell’IHRA, stabilendo apertamente che l’anti-sionismo è “anti-semitismo”. Con le pesanti conseguenze penali che ne derivano: il DDL Gasparri interviene sull’articolo 604-bis relativo alla “discriminazione razziale etnica e religiosa”, e include tra le fattispecie di reato la “negazione del diritto all’esistenza dello Stato di Israele” – per questo comportamento, la pena ordinaria (da 2 a 6 anni) è “aumentata fino alla metà”…

Né basta: la totale complicità con l’apparato di distruzione e di morte sionista è tale che il DDL-Gasparri arriva ad imporre l’obbligo di delazione in particolare a carico ai docenti delle scuole, nel caso in cui essi siano a conoscenza di lezioni o di comportamenti degli studenti a contenuto “antisemita”, e non si attivino a denunciare – vedi la denuncia dei Docenti per Gaza che riportiamo qui sotto.

Agli apparati culturali sionisti, già dominanti nei mass media italiani, vengono spalancate le porte di corsi di “formazione iniziale” e di “formazione continua” per militari, magistrati, pesonale di carriera prefettizia, forze di polizia, “docenti di ogni ordine e grado e docenti e ricercatori universitari” – per tutti costoro “lo studio della cultura ebraica e israeliana” (attenti: e israliana…) diventerà obbligatorio. Massimo sarà, poi, l’impegno statale nella prevenzione a cui sono chiamati di concerto i Ministeri della Difesa, della giustizia, dell’interno, dell’istruzione e della università e della ricerca.

Ce n’è abbastanza per mettere in moto una campagna di massa, un’iniziativa di lotta contro questa legge che intende mettere il bavaglio alla mobilitazione al fianco del popolo e della resistenza palestinese. Anche in questo caso la tendenza è internazionale, e richiede un coordinamento a carattere internazionale. Noi ci siamo!

E non è neppure il caso di aggiungere, crediamo, che la mobilitazione necessaria contro questo DDL dev’essere parte della ripresa della mobilitazione a sostegno della causa della liberazione palestinese, che non troverà certo soluzione con il piano Trump.

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Qui di seguito la presa di posizione dei Docenti per Gaza e, per documentazione, il testo del DDL 1627.

https://www.docentipergaza.it/2025/10/docenti-per-gaza-denuncia-la-deriva-autoritaria-in-italia/embed/#?secret=rSDp1pHa1a#?secret=p32HwDZnTl

DISEGNO DI LEGGE n. 1627

Art. 1.

(Adozione integrale della definizione operativa di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto)

1. La Repubblica italiana, in attuazione della risoluzione 2017/2692 (RSP) del Parlamento europeo, del 1° giugno 2017, sulla lotta contro l’antisemitismo, adotta l’integrale definizione operativa di antisemitismo approvata nell’Assemblea plenaria dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance – IHRA), svoltasi a Bucarest il 26 maggio 2016.

2. Ai sensi della definizione di cui al comma 1 e ai fini della presente legge, per « antisemitismo » si intende una specifica percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni, di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree o non ebree, i loro beni, le istituzioni delle comunità ebraiche e i loro luoghi di culto.

3. Le istituzioni della Repubblica, nel rispetto del principio di leale collaborazione, adottano misure per la prevenzione e la repressione delle manifestazioni di antisemitismo di cui al comma 2.

4. La Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, si riunisce con cadenza biennale per analizzare la situazione dell’antisemitismo in Italia e per condividere le migliori pratiche.

Art. 2.

(Iniziative di formazione)

1. I Ministeri della difesa, della giustizia, dell’interno, dell’istruzione e del merito e dell’università e della ricerca promuovono corsi di formazione iniziale e progetti di formazione continua destinati ai militari, ai magistrati, al personale della carriera prefettizia, alle Forze di polizia, ai docenti delle scuole di ogni ordine e grado e ai docenti e ricercatori universitari. I corsi e i progetti di cui al presente comma sono specificamente dedicati allo studio della cultura ebraica e israeliana e all’analisi di casi di antisemitismo, nonché, con specifico riferimento alle Forze di polizia, alla formazione in materia di redazione dei verbali di denuncia di atti di antisemitismo. A tale scopo, il Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro della giustizia, adotta, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, con proprio decreto, una « Guida pratica di lotta contro l’antisemitismo », contenente informazioni sulla legislazione vigente, indicazioni operative, modelli di verbali di denuncia e criteri per la definizione degli elementi costitutivi dei reati e delle circostanze aggravanti connesse a motivi di antisemitismo.

2. Il Ministro dell’istruzione e del merito istituisce, presso le scuole di ogni ordine e grado, corsi annuali di formazione rivolti agli studenti, al fine di favorire il dialogo tra generazioni, culture e religioni diverse, e di contrastare le manifestazioni di antisemitismo, incluso l’antisionismo. 3. All’attuazione del presente articolo si provvede nei limiti delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente.

Art. 3.

(Prevenzione e segnalazione di atti razzisti o antisemiti in ambito scolastico e universitario e relative sanzioni)

1. Con regolamento da adottare ai sensi dell’articolo 17, comma 1, della legge 23 agosto 1988, n. 400, su proposta del Ministro dell’istruzione e del merito, di concerto con i Ministri dell’università e della ricerca, dell’interno e della giustizia, sono definite le misure volte alla prevenzione e alla tempestiva segnalazione di atti a carattere razzista o antisemita nell’ambito scolastico e universitario, anche attraverso il coordinamento tra le istituzioni e le amministrazioni interessate.

2. Nei casi di violazione dei doveri di prevenzione e segnalazione di cui al comma 1, si applicano:

a) nei confronti del personale scolastico, le sanzioni di cui all’articolo 492 [censura, sospensione e la destituzione] del testo unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado, di cui al decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297;

b) nei confronti dei docenti e ricercatori delle università, il procedimento disciplinare e le sanzioni di cui all’articolo 10 della legge 30 dicembre 2010, n. 240.

Art. 4.

(Modifica al codice penale e disposizioni in materia di giustizia riparativa)

1. All’articolo 604-bis del codice penale sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:

« La stessa pena si applica qualora la propaganda, l’istigazione o l’incitamento si fondano, in tutto o in parte, sull’ostilità, sull’avversione, sulla denigrazione, sulla discriminazione, sulla lotta o sulla violenza contro gli ebrei, i loro beni e pertinenze, anche di carattere religioso o culturale, nonché sulla negazione della Shoah o del diritto all’esistenza dello Stato di Israele o sulla sua distruzione.

Per i reati commessi ai sensi del quarto comma, se l’offesa è recata con l’uso, in qualsiasi forma, di segni, simboli, oggetti, immagini o riproduzioni che esprimano, direttamente o indirettamente, pregiudizio, odio, avversione, ostilità, lotta, discriminazione o violenza contro gli ebrei, la negazione della Shoah o del diritto all’esistenza dello Stato di Israele, la pena è aumentata fino alla metà ».

2. Ai reati di cui all’articolo 604-bis del codice penale, come modificato dal comma 1 del presente articolo, si applicano le disposizioni di cui al capo II del titolo II del decreto legislativo 10 ottobre 2022, n. 150, in materia di giustizia riparativa. 

SOURCE:

https://pungolorosso.com

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Quale tregua a Gaza – Quali prospettive e compiti di lotta / Assemblea on line domenica 26 ottobre – TIR https://asiacommune.org/2025/10/21/quale-tregua-a-gaza-quali-prospettive-e-compiti-di-lotta-assemblea-on-line-domenica-26-ottobre-tir/ Tue, 21 Oct 2025 06:15:00 +0000 https://asiacommune.org/?p=10872 Quella iniziata a Gaza non è una pace, tanto meno una pace giusta, ma solo una fragile tregua, che lo stato sionista sta già ripetutamente violando. Questo è banale. Ma cos’è realmente il piano-Trump? quali fattori lo hanno prodotto? a cosa mira? perché la resistenza palestinese ha accettato di muoversi, almeno formalmente, al suo interno? che ruolo giocano gli stati arabi coinvolti? che prospettive si aprono per l’intero Medio Oriente? in che modo il governo Meloni e la (finta) opposizione di centro-sinistra intendono infilarsi nel piano Trump? ed infine, e…

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Quella iniziata a Gaza non è una pace, tanto meno una pace giusta, ma solo una fragile tregua, che lo stato sionista sta già ripetutamente violando. Questo è banale. Ma cos’è realmente il piano-Trump? quali fattori lo hanno prodotto? a cosa mira? perché la resistenza palestinese ha accettato di muoversi, almeno formalmente, al suo interno? che ruolo giocano gli stati arabi coinvolti? che prospettive si aprono per l’intero Medio Oriente? in che modo il governo Meloni e la (finta) opposizione di centro-sinistra intendono infilarsi nel piano Trump? ed infine, e per molti versi soprattutto: quali compiti di lotta si pongono per il movimento per la Palestina? Queste non sono affatto questioni banali, e su di esse è urgente confrontarsi in vista della più che mai necessaria continuazione della mobilitazione contro il colonialismo sionista-occidentale, i suoi piani genocidi e schiavistici per la Palestina, e non solo.

Per questo la Tendenza internazionalista rivoluzionaria ha deciso di organizzare domenica 26 ottobre, dalle ore 10 alle ore 13, un’assemblea on line alla quale prenderanno parte organizzazioni politiche, sindacali, comitati e organismi di lotta operanti in Italia e in diversi paesi del mondo.

Il link a cui collegarsi è questo: https://meet.google.com/kot-gkjn-rpr

SOURCE:

https://pungolorosso.com

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GIOVEDI 23 OTTOBRE ! https://asiacommune.org/2025/10/15/giovedi-23-ottobre/ Wed, 15 Oct 2025 15:14:33 +0000 https://asiacommune.org/?p=10731 The post GIOVEDI 23 OTTOBRE ! appeared first on Asia Commune.

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